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Home Interviste a esperti Pier Giorgio Amendola – Research assistant presso il Biotech Research and Innovation Centre, University of Copenhagen

Pier Giorgio Amendola – Research assistant presso il Biotech Research and Innovation Centre, University of Copenhagen

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La ricerca è uno dei settori più affascinanti e complessi del mondo scientifico. Sia per chi la vede dall’esterno come fruitore  dei risultati, sia per chi della ricerca fa il suo mestiere, o meglio, il suo percorso. Perché prima di diventare ricercatore bisogna esserlo, prima di fare carriera nella ricerca scientifica bisogna comprenderla. Essere ricercatore vuol dire, appunto, percorrere la strada che il proprio progetto di ricerca indica, essere pronti a spostarsi ed avere una flessibilità maggiore rispetto a quella richiesta da altri profili professionali. Di certo lo sa il nostro ospite di oggi, Pier Giorgio Amendola, che a soli 27 anni può già raccontarci un percorso fatto di successi e di tanto lavoro. Recentemente altri siti internet hanno parlato di lui, come vincitore di una borsa di studio della Fondazione Veronesi. Noi ci uniamo al coro, congratulandoci con lui per questo meritato risultato, e cercando di capire meglio come fare a seguire il suo esempio.

Dottor Amendola, un giovane ricercatore che ha già una storia da raccontare, quando è iniziato il suo percorso nella ricerca scientifica?
Molto presto, già durante l’ultimo anno del corso di laurea ho svolto un periodo di stage presso il laboratorio della professoressa Sacchi all’Istituto Regina Elena di Roma, lavorando su un progetto riguardante la proteina p53, una delle proteine più studiate in oncologia. Desideravo andare all’estero per la tesi, ed in quel momento di scelta la professoressa Sacchi, insieme con la mia insegnante di genetica dell’Università Roma Tre, professoressa Tanzarella, sono state preziose guide che mi hanno indirizzato verso il Weizmann Institute of Science (http://www.weizmann.ac.il/), un prestigioso istituto che si trova in Israele. Sono stato accolto nel gruppo della professoressa Rotter, con un progetto di ricerca simile a quello su cui stavo già lavorando. Ovviamente il fatto di dovere vivere all’estero per un anno mi ha spinto a cercare dei finanziamenti per il periodo di studio, ed in quell’occasione ho avuto una borsa grazie alla Fondazione Sergio Lombroso (http://www.sergiolombroso.org/). Si tratta di una fondazione che annualmente finanzia circa 5 ricercatori italiani che si recano al Weizmann Institute per svolgere progetti di ricerca sul cancro. E’ stato un anno molto importante, perché ho avuto la possibilità di formarmi in un centro d’eccellenza, e di avvicinarmi maggiormente al mondo della biologia molecolare.

Dopo questa esperienza è tornato in Italia per la laurea…
Si, mi sono laureato all’Università Roma Tre in Biologia Cellulare e molecolare nel febbraio del 2011, presentando le ricerche che avevo svolto in Israele. A questo punto è iniziato il periodo un po’ più critico, non perché non ci fossero delle opportunità, ma perché volevo trovare un’opportunità per concretizzare i miei interessi. Volevo fare un buon dottorato di ricerca. In Italia ho trovato carenza di fondi, anche se, tramite un colloquio all’IFOM di Milano (http://www.ifom-firc.it/), mi era stata offerta la possibilità di andare a Singapore per un periodo, sempre per seguire degli studi incentrati su p53. Nel frattempo ho partecipato al bando del progetto Leonardo Unipharma-Graduates dello scorso anno e sono stato selezionato. Ho subito accettato perché mi è sembrata un’opportunità perfetta per fare ancora un’esperienza all’estero e prendere qualche mese di tempo per decidere con più consapevolezza dove andare a svolgere il dottorato di ricerca.

Quindi è stata la volta di Barcellona?
Per sei mesi sono stato ospite del laboratorio del dr. Postigo, presso l’Institut d’Investigacion Biomediques August Pi i Sunier (IDIBAPS http://www.idibaps.org/).

Anche in questo caso il progetto di ricerca è stato uno dei motivi principali della scelta?
Assolutamente si, mi interessava molto il progetto, in parte simile alla linea di ricerca che stavo già seguendo, anche se ho cambiato proteina. In Spagna ho avuto modo di constatare che la crisi si fa sentire anche nella ricerca, in maniera analoga a quanto accade già in Italia, quindi non avevo molte prospettive di finanziamento futuro nel laboratorio presso cui lavoravo. Ho iniziato quindi a cercare delle borse di studio che potessero finanziare il mio dottorato di ricerca. In realtà ho incontrato non poche difficoltà dal momento che gran parte delle borse di studio erano ovviamente riservate a studenti spagnoli, o per le quali comunque il fatto di essere spagnolo dava un punteggio maggiore. 

Ed ecco arrivare la borsa di studio della Fondazione Veronesi… 
Ho cercato delle borse di studio italiane, fra le quali appunto quella della Fondazione Veronesi (http://www.fondazioneveronesi.it/), che con grande sorpresa ho vinto, con un progetto da svolgere presso l’istituto in cui mi trovo adesso.

Nel suo percorso ha sempre ponderato le scelte, quali sono stati i criteri di scelta del dottorato?
Ho scelto un posto in cui si potesse fare ricerca, in cui non ci fossero problemi di mezzi per portare avanti il progetto. Forse ho pagato le mie scelte perché vedo dei miei coetanei che sono già alla fine del proprio dottorato, ma non credo che il tempo che ho usato per decidere sia stato tempo perso, perché mi ha dato l’opportunità di crescere e di imparare molte cose. Il mio obiettivo durante il dottorato non è solo quello di fare ricerca, ma anche di potere studiare, fare degli esami, frequentare il mondo accademico insegnando presso l’Università. Ho considerato la stabilità dell’Istituto in cui avrei svolto il dottorato, anche guardando oltre il dottorato stesso e cercando di valutare, in prospettiva, quali opportunità per il futuro mi avrebbe poi offerto un dottorato in un posto piuttosto che in un altro.

Ci parli della sua posizione attuale, il progetto di ricerca è cambiato?
Ho individuato il centro Biotech Research and Innovation Centre, Università di Copenhagen (http://www.bric.ku.dk/), perché qui la formazione è molto curata, attenta all’aggiornamento continuo tramite corsi e seminari anche su argomenti non proprio affini al tuo progetto. Sono passato da studi su proteine, che sono svolti in numerosi centri a livello mondiale, ad un progetto su c. elegans, in vivo quindi. Un settore più di nicchia, ma non per questo meno interessante. Mi occupo di epigenetica e di meccanismi di riparazione del danno al DNA. Sono molto contento del progetto, che svolgo sotto la supervisione della professoressa Salcini, e devo dire che i primi risultati mi sembrano molto promettenti. L’Istituto in cui ho iniziato il dottorato è un ambiente internazionale, con un’impostazione quasi americana, per cui è difficile che si rimanga qui dopo il dottorato, non perchè non ci siano le opportunità, ma perchè il periodo successivo al dottorato generalmente si tende a svolgerlo in altre strutture, per arricchire le proprie conoscenze.

Come si fa a concorrere per la borsa di studio della Fondazione Veronesi?
Ci sono dei bandi annuali, la domanda di ammissione è simile a quella che si fa per altre borse, si presenta il proprio curriculum, insieme al progetto su cui si intende lavorare, e molto importanti sono anche le lettere di referenza; da quest’ultimo punto di vista sono stato molto fortunato perchè tutti i centri presso cui ho lavorato mi hanno dato le lettere di referenza che poi ho presentato in domanda. Ho capito ancora di più in quell’occasione l’importanza delle esperienze che avevo fatto.

Guardando un po’ le sue esperienze in retrospettiva, confrontandole con quella attuale, cosa c’è di nuovo, di diverso, nell’Istituto in cui lavora adesso?
Ho avuto la fortuna di frequentare sempre centri d’eccellenza, dei quali non posso dire nulla che non sia positivo. Forse adesso ho più disponibilità di reagenti, molta più comodità e facilità di accesso a quello che mi serve quotidianamente. D’altra parte posso dire che in Spagna ho incontrato delle persone eccezionali, che mi hanno lasciato tanto anche a livello umano.
Poi, a livello generale, vivendo all’estero si cresce, anche perché si acquisisce una consapevolezza di se stessi completamente diversa. Sono all’estero perché l’ho scelto, ma anche perché credo che sia necessario avere continui scambi e arricchirsi con esperienze di lavoro e di vita diverse. Confrontarmi con ricercatori affermati, appassionati, mi ha fatto capire che volevo essere un ricercatore, che la curiosità che mi porto dietro da sempre poteva essere incanalata in questo mondo e diventare una professione.

Ci lascia con un consiglio per i giovani che vogliono diventare ricercatori?
Di insistere, di provare e capire che non è impossibile essere ricercatori, a patto di abbandonare un po’ il concetto di lavoro “sotto casa”, che ci contraddistingue!

 

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